Cresce il prezzo delle materie prime: nella ristorazione previsti aumenti del 10% secondo FIPE

22 dicembre 2021
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La situazione pandemica sembra non avere ancora uno stop definitivo, e tutto il settore della ristorazione - sicuramente uno di quelli più colpiti dalla pandemia - rimane in attesa di conoscere le nuove misure per contenere la diffusione del virus che il Governo annuncerà il 23 dicembre. 
La crescita dei contagi da Covid torna quindi a gettare una nuova grande incertezza sul mondo della ristorazione la certezza; ciò che è invece certo - e non in maniera positiva - è la crescita dei costi delle materie prime spinta dall’inflazione.

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Con aumenti in media, per i prodotti alimentari, del 10%, e addirittura superiori per più di 1 ristoratore su 3.

A svelarlo è un’indagine condotta dall’Ufficio Studi Fipe/Confcommercio che ha interrogato su questo punto i gestori dei Pubblici esercizi italiani: oltre 9 imprenditori su dieci lamentano un incremento dei prezzi delle materie prime, in particolare su prodotti ittici, frutta, carni e ortaggi.
“La spinta inflazionistica degli ultimi mesi è senza dubbio causata da molteplici fattori - sottolinea l’Ufficio Studi Fipe/Confcommercio - l’andamento anomalo delle condizioni meteo che ha colpito le produzioni ortofrutticole, le restrizioni imposte nei vari Paesi a causa della pandemia, fenomeni geopolitici che hanno impattato in modo significativo sui costi dell’energia, hanno provocato un generalizzato aumento dei prezzi. Non mancano, tuttavia, neppure alcuni fenomeni speculativi pronti a sfruttare gli squilibri tra domanda e offerta generati dalla ripresa dell’economia mondiale. Fino ad ora i ristoratori hanno assorbito questi aumenti senza scaricarli sui consumatori, ma non potrà essere ancora così a lungo”.

Sul probabile aumento dei listini che potrebbe verificarsi già nei primi mesi 2022 incide, oltre all’inflazione acquisita dalla filiera e l’impennata dei costi dell’energia, anche il fatto che il 43% delle imprese non ritocca i prezzi da oltre di un anno. Il 76% dichiara che li aggiornerà tra la fine dell’anno e la prima parte del 2022 ma non manca chi, il 24% del totale, continuerà a tenerli bloccati per almeno un altro anno.

 

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